"Ci vogliono cinque minuti": perché il cervello ADHD sbaglia sempre le stime
“Ci vogliono cinque minuti”: perché il cervello ADHD sbaglia sempre le stime
Ho detto a mia moglie che uscivamo tra cinque minuti. Dovevo solo rispondere a un’email, prendere le chiavi e infilarmi le scarpe. Cinque minuti, forse dieci. Siamo usciti dopo quaranta.
Non è successo niente di strano in quei quaranta minuti. L’email ha richiesto di cercare un allegato, l’allegato era in un’altra cartella, le chiavi erano nel cappotto di ieri, e a un certo punto ho aperto il frigo per nessun motivo. Ogni pezzo era piccolo. La somma dei pezzi non aveva niente a che vedere con il numero che avevo detto.
La parte interessante è che lo faccio da vent’anni e continuo a dire “cinque minuti” con la stessa sincera convinzione. Avere le prove non cambia la stima. Questo dovrebbe essere strano. Si scopre che è il comportamento più documentato della psicologia delle decisioni.
Il numero che diciamo è sempre troppo basso
Daniel Kahneman e Amos Tversky descrissero questa cosa nel 1979 e le diedero un nome: errore di pianificazione. Come riassume la voce di Wikipedia sul planning fallacy, è la tendenza a sottostimare il tempo necessario per finire un compito futuro, e lo facciamo anche sapendo benissimo che compiti dello stesso tipo, in passato, sono andati per le lunghe.
Lo studio che lo mostra meglio è di Roger Buehler, Dale Griffin e Michael Ross, del 1994. Chiesero a 37 studenti di psicologia di prevedere quando avrebbero finito la tesi. La stima media fu di 33,9 giorni. Gli stessi studenti diedero anche una previsione “se tutto va come meglio non si può”, in media 27,4 giorni, e una “se tutto va come peggio non si può”, in media 48,6 giorni. La realtà: 55,5 giorni di media. Solo il 30 percento circa finì entro il tempo che aveva previsto. Il dato che mi è rimasto impresso è un altro: il tempo reale superò perfino lo scenario peggiore che si erano immaginati. Quando proviamo a essere pessimisti, sbagliamo lo stesso, solo un po’ meno.
Non è un difetto da dilettanti. La Sydney Opera House doveva costare 7 milioni di dollari ed essere pronta nel 1963. Aprì nel 1973 ed era costata 102 milioni. Lo stesso errore, di un privato in cucina o di un governo che costruisce un teatro, ha la stessa forma: il numero che diciamo è troppo basso.
Perché ci caschiamo (chiunque, non solo l’ADHD)
Kahneman e Tversky hanno indicato il meccanismo, e regge ancora. Quando pianifichi, guardi dentro al compito specifico: questa email, questa tesi, questo teatro. Costruisci la stima dalla scena che immagini, dove tutto fila. Ignori quasi del tutto un’altra informazione, molto più utile: quanto ci è voluto le altre volte per cose simili.
Roy, Christenfeld e McKenzie, in un lavoro del 2005 sulla durata sottostimata degli eventi futuri, arrivano a un punto preciso. Non è che dimentichiamo quanto è durato il passato. È che, nel momento in cui prevediamo, non usiamo quel ricordo. La stima nasce dai dettagli del caso davanti a noi, ancorata allo scenario migliore, e l’esperienza resta a guardare. Per questo avere le prove non aggiorna il numero: le prove sono in una cartella mentale che, mentre stimiamo, non apriamo.
Cosa aggiunge l’ADHD
L’errore di pianificazione colpisce tutti. Con l’ADHD parte da uno svantaggio, perché il materiale grezzo della stima, cioè il senso di quanto dura un’ora, è già meno affidabile.
Lo dice in modo diretto una scheda di GAM Medical sulla percezione del tempo nell’ADHD: “Le persone con ADHD tendono a sottovalutare il tempo necessario per portare a termine le attività, finendo per sentirsi sopraffatte quando la scadenza si avvicina.” Il riferimento ricorrente è Russell Barkley, che descrive una sorta di miopia per il futuro: si vede nitido il qui e ora e sfocato il là e allora. La stessa miopia, sul versante finanziario, è il motore degli acquisti impulsivi che il cervello ADHD fa di notte, perché il “te” che pagherà a fine mese è in un futuro che il cervello ha già svalutato. Una panoramica di psicologinews sulla gestione del tempo nell’ADHD riprende la stessa immagine, “non riesco a vedere il là e allora, ma solo un qui ed ora”, e cita Toplak e Tannock (2005), che trovarono negli adolescenti con ADHD differenze marcate nella discriminazione e nella percezione del tempo.
Mettendo insieme i pezzi, lo scarto si spiega bene. Tutti partiamo dallo scenario migliore. Chi ha l’ADHD parte dallo scenario migliore con un cronometro interno meno preciso e con il futuro un po’ fuori fuoco. La stima ottimistica e la percezione imprecisa tirano nella stessa direzione, verso il basso. Per questo “cinque minuti” quasi mai sono cinque minuti, e per questo la sera arriva con tre cose finite su dieci e la sensazione, sbagliata, di non aver fatto niente. La fatica che ho speso per stare dietro a quelle stime ottimistiche resta invisibile a chi mi guarda da fuori, ed è lo stesso lavoro nascosto del masking dell’ADHD che prosciuga le energie esecutive prima ancora che io inizi.
Vale la pena tenere separata questa cosa dalla cecità temporale, anche se sono cugine. La cecità temporale è il tempo che svanisce mentre sei dentro l’attività. L’errore di pianificazione è la previsione che fai prima di entrarci. Qui parlo della seconda. Puoi avere un orologio gigante sul muro, vedere benissimo i minuti che passano, e continuare a prevedere un’ora per una cosa che ne richiede tre. La stima è un problema a sé.
Stimare meglio è difficile. Smettere di stimare è più facile
La via che la ricerca indica per le stime non è ragionare con più cura sul compito di oggi. È guardare da fuori.
Kahneman e Tversky la chiamano vista esterna, e Bent Flyvbjerg ne ha ricavato un metodo pratico, la previsione per classi di riferimento, diventato nel 2004 una linea guida ufficiale per i trasporti nel Regno Unito. La voce di Wikipedia sul reference class forecasting la riduce a tre mosse: trova un gruppo di casi passati simili, guarda com’è andata davvero a loro, e colloca il tuo caso lì dentro. Tradotto in cucina: smetti di chiederti “quanto ci metto stavolta” e chiediti “quanto ci ho messo le altre volte”. Il secondo numero è quasi sempre più alto e quasi sempre più giusto.
Per le cose che ripeti, questo si può misurare invece che immaginarlo. Lo psicologo Ari Tuckman, in un articolo di ADDitude sulla stima del tempo nell’ADHD, consiglia di cronometrare un paio di volte le attività ricorrenti per fissare un riferimento reale, annotando le distrazioni che si aggiungono, e di mettere in conto un margine perché la tendenza è sottostimare, non sovrastimare. Una volta che sai che “uscire di casa” sono trentacinque minuti e non dieci, smetti di litigare con un numero inventato. La regola spiccia che molti adulti con ADHD adottano, moltiplicare la prima stima per due o tre, è una vista esterna povera ma funzionante: corregge nella direzione in cui sbagli sempre.
C’è una seconda cosa, e questa toglie del tutto la stima dall’equazione. Spezzare il compito riduce un po’ la sottostima, lo segnala la stessa voce di Wikipedia parlando di effetto di segmentazione. Ma il guadagno più grande non è una stima più precisa. È che un primo passo concreto non ha bisogno di una stima per partire.
“Rispondi all’email” è un compito vago a cui appiccichi un cinque minuti immaginario, e quel cinque minuti diventa la scusa per rimandare a quando l’avrai. “Apri l’ultima conversazione e rileggila” è un’azione che fai e basta. Non promette una durata, quindi non può tradirla. Una volta dentro, il resto scorre. Il punto in cui ci blocchiamo, con l’ADHD, è l’avvio, e una previsione ottimistica non aiuta ad avviare. Anzi, sposta tutto a un momento futuro che ha l’aria di durare poco e non arriva mai.
In pratica, e dove entra Ikoi
Tre cose, in ordine di efficacia.
Primo, per qualunque compito che riguardi tempi e scadenze, usa la vista esterna. Non quanto pensi che durerà, ma quanto è durato l’ultima volta. Se non lo sai, cronometralo una volta e adesso lo sai.
Secondo, per le cose che ripeti ogni settimana, misura due o tre volte e fidati di quel numero più che della sensazione. La sensazione è la parte ottimista. Il cronometro non ha opinioni.
Terzo, e qui sta la leva più forte, per le cose che non devi prevedere ma fare, smetti di stimare e parti da un primo passo piccolo e fisico. Non “fai la dichiarazione dei redditi”, ma “accedi al sito”. Non “scrivi la proposta”, ma “apri un documento e scrivi il titolo”.
Ho costruito Ikoi attorno proprio a questa terza idea, perché è quella che mi serviva di più. Ogni attività ha un campo per il primo passo, la porta che si apre in due minuti, tenuto in primo piano e non nascosto tra le note. Lo Svuota la mente prende quello che hai in testa e lo trasforma in un’attività con il primo passo già pronto, così non sei tu, nel momento sbagliato, a dover decidere da dove cominciare. E la pianificazione va per parte della giornata, mattina o pomeriggio o sera, invece che per orari rigidi: una promessa che un cervello ADHD riesce a mantenere, e che non dipende da una stima che sarà comunque troppo bassa.
Niente di tutto questo rende le stime accurate. “Cinque minuti” resterà, secondo me, un modo di dire che significa “non lo so e parto ottimista”. La differenza è togliere alla stima il potere di decidere se inizi. La porta si apre in due minuti veri, e quello che c’è dopo non ha bisogno di un numero per cominciare.
Domande frequenti
- Che cos'è l'errore di pianificazione (planning fallacy)?
- È la tendenza sistematica a sottostimare quanto tempo, denaro e fatica servono per finire un compito futuro, anche quando in passato compiti simili sono andati per le lunghe. Lo descrissero Daniel Kahneman e Amos Tversky nel 1979. In uno studio del 1994, 37 studenti previdero di finire la tesi in media in 33,9 giorni e ce ne misero in media 55,5. Solo il 30 percento circa rispettò la propria stima.
- Perché chi ha l'ADHD sbaglia di più le stime di tempo?
- Parte da uno svantaggio di base. La percezione del tempo è meno precisa, perciò il numero da cui parte la stima è già impreciso. Russell Barkley parla di una miopia per il futuro: si vede bene il qui e ora e male il là e allora, e si tende a basare le previsioni sul caso migliore. Sommato all'ottimismo che colpisce chiunque, lo scarto tra previsto e reale diventa più ampio.
- Come faccio a stimare meglio quanto dura un compito?
- Il modo più affidabile non è ragionare meglio sul compito di oggi, ma guardare i tempi reali di compiti simili passati. Si chiama vista esterna. Misura due o tre volte le attività che ripeti spesso e usa quel numero, non la tua sensazione. In pratica molte persone con ADHD trovano onesto moltiplicare la prima stima per due o tre.
- Conviene partire da un primo passo concreto invece che da una stima?
- Sì. Una stima ottimistica non ti fa iniziare, anzi rimanda la cosa a quando avrai "i cinque minuti". Un primo passo concreto e piccolo, tipo aprire il documento e scrivere il titolo, abbassa l'attrito di partenza e non dipende da quanto durerà tutto il resto. Spezzare il compito riduce anche un po' la sottostima.
- L'errore di pianificazione è uguale alla cecità temporale?
- Sono cose diverse anche se si parlano. La cecità temporale riguarda il sentire il tempo che scorre mentre stai facendo qualcosa. L'errore di pianificazione riguarda la previsione che fai prima di iniziare. Con l'ADHD una percezione del tempo meno precisa rende la previsione ancora più ottimistica, ma il problema della stima resta tale anche quando guardi l'orologio.